12/11/2009
Lettera per il mio bambino (per quando non sarà più un bambino)
Oggi è il dodici novembre del duemilanove.
Lo scrivo in lettere, perché mi va.
Tu sei nella tua carrozzina, ti ho cullato per quasi mezz’ora e ti sei addormentato tra le mie braccia, la testolina appoggiata al mio petto. Hai ascoltato il mio cuore ed è arrivato il sonno.
Così, semplicemente, approfitto del tempo che mi dai per scriverti questa lettera.
Prima d’altro, a tre mesi e una settimana dal tuo arrivo, lascia che ti ringrazi.
Grazie per essere arrivato, bimbo mio. Grazie per ogni momento che mi hai regalato e grazie per avermi insegnato quanto fa male amare così tanto. Grazie per essere così come sei: un bambino dolce, tenerissimo, coccolone e bisognoso dell’attenzione di tutti. Cane compreso!
Grazie per i tuoi sorrisi, dunque, che in queste ultime settimane hai cominciato a dispensare senza sosta, come se in ogni cosa che ti circonda sia presente la meraviglia più autentica.
Ti ringrazio anche per i tuoi pianti, per il salato delle tue lacrime che brillano alla lucina blu della notte, per le tue urla disperate apparentemente senza senso e per il fenomenale tempismo con cui inizi a piangere proprio quando sto per addormentarmi: ti ringrazio, perché so già che anche questo mi mancherà quando avrai raggiunto l’età per leggere questa lettera.
Prima di andare avanti, poi, un ultimo ringraziamento: per i tuoi piedini, per le tue piccole mani, per la linea del tuo naso, per il calore del tuo pancino, per le tue guance lisce e delicate, per i tuoi poveri capelli che stanno crollando (per fare posto a nuovi capelli, non preoccuparti), per i tuoi sospiri nel sonno, per la tua bocca curiosa di tutto.
Anche se con questa lettera vorrei dirti una marea di cose, già so che non ne sarò capace, quindi mi limiterò a questo: quando sarai grande, e avrai una tua vita e mille impegni e mille idee, ascolta sempre i consigli di tutti (me compresa) ma agisci a seconda di quanto ti suggerisce il tuo cuore.
La vita ti metterà nelle condizioni di fare delle scelte ma io ho fiducia in te, amore mio, e so che sarai sempre in grado di fare quelle giuste.
Innamorati spesso, innamorati tanto: fai in modo che il tuo cuore sia sempre innamorato di qualcuno, di qualcosa, di un’idea, un oggetto, un sogno. E cerca di fare in modo che le tue mani ti aiutino a realizzare i tuoi desideri: non aver paura di sporcartele! Le mani sono fatte per essere lavate, e costruire, creare, produrre quello che si desidera o di cui si ha bisogno è una delle soddisfazioni più grandi che un uomo possa regalarsi.
Sii paziente, non essere come me. Non scattare per cose da poco, non guastarti le giornate per un battibecco o per un piccolo problema: la vita corre, amore, ma inizierai ad accorgertene solo quando ormai sarà troppo tardi per correggerti.
Meglio partire subito col piede giusto.
Rispetta gli animali, cucciolo. Sono più saggi di noi, e vedono molto più lontano. Sanno cose che noi nemmeno immaginiamo e ignorano il mistero della vita: sono fortunati!
Studia, piccolo mio. Studia tanto, ma studia solo quello che ti piacerà veramente: anche per questo vale il consiglio che ti ho dato in precedenza. Ti potranno consigliare diverse università, diverse idee, diverse filosofie: tu scegli quello che sentirai tuo.
E un’altra cosa: non aver paura di voltarti indietro e di cambiare strada. Non è vero che una volta iniziata una cosa la si deve per forza finire. Si può anche scoprire che non è la strada giusta per noi, ed è lecito e umano voler cambiare percorso. Altrimenti – te lo posso confermare – non si arriverà mai alla meta.
Ama i tuoi nonni, Angelo. Quando saranno troppo vecchi (qui molti direbbero “anziani”, ma in realtà è proprio così: si invecchia, perciò…) e cominceranno a comportarsi in modo strano (dimenticheranno le cose, sbaglieranno tutto, saranno sempre arrabbiati, ti rintroneranno di rimproveri e osservazioni) non si accorgeranno dell’amore che hai per loro se non glielo dimostrerai in modo chiaro e rischieranno di pensare che non gli vorrai più bene, perciò – ancora una volta! – non aver paura di dimostrare i sentimenti.
Se vorrai bene ad una persona, non limitarti a pensarlo e agisci per tempo. Abbraccia, carezza, bacia: dimostra quello che hai dentro, e sarai una persona libera.
E ora, piccolo mio, mentre respiri profondamente nel sonno avvolto dalla tua copertina con gli orsetti e sogni – cosa sogni, amore? sogni belli, mi raccomando – ti dirò l’ultima delle cose importanti: cerca di sognare sempre.
Non fermarti, se qualcuno ti metterà davanti un muro cercando di abbattere le tue aspirazioni: prendi la rincorsa e salta a piè pari quell’ostacolo. Ti verrà un po’ di fiatone, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere di nuovo l’orizzonte?
09/11/2009
RICORDI.
RICORDI .
Si lamentano che non mangio, e che ho sempre freddo. Ma non è colpa mia, Pietro. Io sono malata, l’ha detto anche il dottore, e i malati non hanno mai caldo.
Il golf lo voglio tenere, perché non si sa mai chi può passare e portarmelo via. E poi? Resto senza, e allora ho ancora più freddo.
Qui dentro è una pena, una pena… una pena infinita, un inferno, Pietro. Un purgatorio, perché la gente si caca sotto in continuazione e c’è sempre quell’odore. Perché sorridi, Pietro? Guarda che è brutto, sai? E’ una cosa tremenda: non ho mai niente da fare, e a casa ho tante faccende che mi aspettano…
Dovrei lavare i vetri. Stendere il bucato, che non lo faccio da qualche giorno. E pulire anche tutti quei rapanelli dell’orto, che sicuramente stanno andando a male. E invece, niente.
Tutto il giorno a far niente, ad aspettare che passino i dottori.
All’inizio dicevano che non avevo niente. Che avevo solo delle storie. Che facevo finta, per non dover lavorare. Io, che ho sempre lavorato con la schiena per terra e i piedi a mollo nel fango. Che adesso quel lavoro là,nei campi, lo fanno solo i cinesi e i marocchini.
Poi è arrivato il primario, quello che sa tutto. E ha detto che ero vecchia. Così.
Come se la vecchiaia fosse una malattia, Pietro. Ha detto che ero vecchia e, per questo, ha parlato di demenza senile. Mi ha dato della demente. Così, all’odore di merda e di piscio, aggiungiamo anche gli insulti di quel mammalucco senza cuore.
Le infermiere – ma sono infermiere, poi, Pietro? Cosa diavolo sono? Infermiere o poliziotte o cameriere o assistenti sociali? – mi han portato via gli occhiali. Poi qualcuno mi ha rubato la collana. La mia collana, Pietro. Che mi avevano regalato per la cresima i miei cugini! Era tutta d’oro, sai? Oro zecchino, pesava tanto… alla sera ero persino stanca di aver quella medaglia al collo, mi sembrava mi tirasse giù. Ma faceva compagnia.
Di notte, appoggiata la testa sul cuscino e spenta la luce del comodino, tiravo su le lenzuola e toccavo la mia medaglia. La baciavo, chiudevo gli occhi e la tenevo in bocca, così, come i bambini.
E qualche bastarda di quelle infermiere o battone o assistenti dei miei coglioni me l’ha rubata e se l’è portata via.
Che ci possiamo fare, Pietro mio? In fondo, sai, non avevo nemmeno proprio bisogno di quella roba per ricordare i miei cari. No, no.. Io vi ricordo tutti, tutti. Siete sempre tutti qui, nel mio cervello e nel mio cuore. Anche se dicono che presto o tardi avrò scordato tutto.
Eh, sì, Pietro. Il primario ha detto che ho la demenza senile, ma poi è arrivato lui. Il dottorino fresco di laurea. Mi ha fatto qualche domanda, ha fatto qualche sorriso e ha parlato di una malattia … una malattia che adesso non mi viene. Non ricordo il nome, ma è qualcosa di tedesco. O forse di francese, non mi ricordo proprio, devi avere pazienza. Sono vecchia, demente e con l’Alzheimer. Ah! Ecco, l’Alzheimer.
A me pare una barzelletta. Sono una donna che ha sofferto tanto, ho perso dei fratelli in guerra, mi ricordo proprio tutto della mia vita. Tutto. E questi dicono che sto scordando anche come mi chiamo.
A proposito. Come mi chiamo,Pietro? Qui mi chiamano tutti… mi chiamano tutti…
Vai, Pietro, che è tardi. Devi andare a prendere il treno, e poi raggiungere tua moglie. Come stanno i tuoi bambini? Digli che gli mando un bacio: si ricorderanno di me?
E mio figlio Pietro? Si ricorderà di me, che lo aspetto sempre? Non lo vedo da tanto tempo, tanto tempo… Menomale che ho te. Che vieni sempre a trovarmi. Che bello sarebbe, se fossi tu il mio bambino.
Che bello, sarebbe, Pietro. Salutami tua moglie. Vai a prendere il treno. Ricordati di me.
Ricorda, tu che puoi.
Ricorda.
15:18
Scritto da : talysla
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02/11/2009
Buon viaggio, Alda
I pazzi fanno paura.
Nascosta tra le pieghe del loro animo c’è un’ombra di buio contagioso che – una volta sfiorata con un cenno, uno sguardo, un saluto con la mano – lascia tracce in chi ancora non è pazzo, facendo pensare e guastando il gusto di una sigaretta accesa e di un pranzo da lasciare a metà.
I pazzi fanno paura forse perché sono meno pazzi di molti altri, forse perché indossano l’abito dei pazzi e, con questa dichiarata follìa, spaventano chi guarda avanti e pensa che potrebbe diventare presto così.
Alda Merini era pazza.
Pazza d’amore, pazza di rancore, pazza di rabbia, di furia, di inedia. Decadente, oscura, sempre velata di triste rassegnazione ad un passato terribile e ad un futuro simile perché – è da ricordare – i pazzi guardano avanti come noi, ma vedono molto di più.
Dalla sua penna stanca nascevano poesie che mi hanno tenuto compagnia nei momenti più bui della mia vita, facendomi sentire che non ero sola. Aiutandomi a capire che si, il mondo è pieno di gente che sta male e che soffre e che non ci si può fare niente.
Nella mia vita ho sempre avuto tre o quattro sogni. Un figlio, prima di tutto. E un libro pubblicato per intero, da un editore serio e conosciuto. Un’intervista con Alda Merini. Una casa al lago.
Ho quasi tutto. Ma l’intervista con Alda non potrò mai più averla. E questo ha il sapore del rimpianto, amaro e pungente come un pessimo cocktail evaporato d’alcool che lascia lucidi su una situazione mancata. Ci sono andata molto vicino. Avevo iniziato una caccia serrata alla poetessa, ero riuscita a scoprire la sua abitazione di Milano (scoprendo tra l’altro le condizioni di estrema povertà in cui viveva!) e il suo telefono. (Un’amica aveva il compito di intercedere per lei, a cui avevano tagliato i fili di telefono ed elettricità ben prima)
Poi qualcosa mi aveva fermato. L’Ombra, chiamiamola così. La paura di sfiorare la sua follìa, la paura di vedere riflessa nei suoi occhi la mia. Avevo rinchiuso la mia intervista in un file del pc, ed ero andata avanti mantenendola per il futuro.
Ora il futuro si è fermato, Alda. Non posso più intervistarla, ma posso ugualmente dirle quello che le avrei detto in quella mattinata soleggiata di Milano – fine aprile – 2004: lei è pazza, Alda. Lei è pazza, ad avere una mente così preziosa e una penna così acuminata, in grado di incidere la pietra, e a vivere così. Faccia qualcosa, Alda. Si faccia sentire, ma non in versi.
La gente i versi non li capisce. La gente vuole lo scoop, vuole il servizio su StudioAperto. La gente vuole lo stacchetto delle veline, dopo aver sentito la sua storia, per cancellare l’Ombra.
Faccia delle telefonate, Alda. Reclami il suo diritto a vivere dignitosamente, dopo tutto quello che ha passato durante la giovinezza nei reparti psichiatrici d’Italia. Lo sa che sono andata nei centri di igiene mentale per parecchie volte? Lo sa che ho osservato quelle sbarre ruggini bloccare le finestre e riuscire persino a tenere lontano il sole delle giornate di Luglio? Lo sa che – lungo gli androni, sulle rampe delle scale, attraverso i corridoi – ho sentito l’angoscia crescere fino a farla mia, fino a sentirmi parte anch’io dell’Ombra?
Lo sa, Alda, che so chi è Alda?
Alda Merini posa la sigaretta sul tavolo, non si cura del posacenere, e mi guarda stringendo gli occhi. “La pazza è lei, se ne vada e mi lasci in pace.”
Buon viaggio, Alda. Ti ho amata anche per questo.
13:10
Scritto da : talysla
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