Manny Tuttofare (Il ritorno)

Accanirmi sugli innocenti mi è sempre piaciuto. 

Così, ancora una volta, fatemi esaminare il poderoso cartone animato Disney “Manny Tuttofare”, mito indiscusso dell’infanzia del mio duenne.

Già in passato avevo dato un’interpretazione di questo cartone, sessista in modo astruso e piuttosto incline a

dimostrare ai piccoli che “tutto si può aggiustare”, basta avere una cassetta con gli attrezzi che parlano e saltellano

a comando, una fresa che abbaia e scodinzola e una dose di cocaina sufficiente a farti vedere attraente persino

la proprietaria della ferramenta che vive perennemente appesa ad un marsupio. 

Ora, mentre – in previsione della cena del 31 –  preparo quella che per le dimensioni sembra la caricatura della cena di Gargantua e Pantagruel, il duenne è insolitamente tranquillo davanti al televisore che trasmette episodi a ruota del

suddetto cartone animato e io posso ancora una volta dare una riesamina di questo caso. 

Manny lo conosciamo. Sudamericano, età indefinita, tendenza all’esterofilia poichè in grado di infilare inglesismi ogni 

dodici parole, il protagonista della serie più amata dai piccoli bricoleur del mondo è già un vecchio amico – pur continuando ad indossare un cappellino da baseball e una tshirt dal look piuttosto acerbo.

Lasciate che mi soffermi, invece, sui personaggi comprimari. 

Prima d’altri, il Signor Lopart – l’omosessuale del cartone. 

Lo so, lo so. Sto parlando di un cartone animato creato per bambini in età prescolare. Eppure, dovete credermi. 

Ho i miei buoni motivi per cui sostenere che il Signor Lopart, quarantenne che divide la vita con un gatto e vive a cinquanta metri dalla mamma, sia gay. Ecco. C’è bisogno che li dica?

In compenso Kelly, la proprietaria della ferramenta, è fantastica. Asessuata allo stato puro. Probabilmente una lumaca esprimerebbe più sessualità e – soprattutto – appartenza ad un genere.

Mi incuriosisce il timido tentativo di compensare il fallicistico sessismo del protagonista con figure secondarie quali: 

 – il sindaco di Sheet Rock Hills -spesso pronunciato dai doppiatori come “shit rock hills” (colline rocciose di merda)- , che è donna ma che, evidentemente, proviene direttamente da un “Blast from the Past” anni 80, visti i suoi tailleur color pastello e la cofana in testa.

 – Il guardiaparco di zona, che è donna ma che, evidentemente, non frequenta una palestra dagli anni 80 visto l’importante giro vita e la tendenza alla pinguedine.

–  la signora Porterman, la vicina di casa, che esprime la sua rotonda femminilità cucinando tutto il giorno e indossando grembiulini pizzuti e calzettoni di lana. 

Donne dai ruoli marginali o importanti, in ogni modo sono ciò che fa da contorno al macho Manny (già il nome, tra l’altro, la dice lunga), che palesemente è privo di ogni impulso sessuale, non avendo fidanzate, amiche, amanti, mogli, nè tracce.

Dalla dimensione degli attrezzi di Manny, e seguendo un’antica ma diffusa credenza, deduco infine che probabilmente l’unico problema di Manny sia proprio non essere molto dotato dell’unico attrezzo che nella vita sia davvero utile.

Consolati, Manny. 

Goditi quell’aria amarcord che vela l’intera serie tv, e cogli l’occasione per riflettere sulla verità indiscussa secondo cui, nella vita, l’importante non è averlo grosso, ma saperlo usare bene. 

 

 

Manny Tuttofare (Il ritorno)ultima modifica: 2011-11-01T11:48:43+00:00da talysla
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